La mia vita a impatto 1 non finisce qui

Per chi non lo sapesse questo 2011 è stato per me un anno particolare: l’ho trascorso cercando di vivere una vita a impatto 1. Cosa vuol dire “a impatto 1”? Uno è il pianeta che abbiamo a disposizione, e perciò, siccome non possiamo pensare di migrare su Marte o sulla Luna una volta che le risorse saranno esaurite, ho cercato di comportarmi di conseguenza, vivendo una vita ecologica e inquinando in sostanza il meno possibile: all’inizio dell’anno scorso ho compilato il quiz del carbon footprint, un questionario sulle abitudini quotidiane in termini di spostamenti, consumi di energia e acqua, scelte alimentari e stile di vita, e il risultato è stato che per vivere come me sarebbe servito un pianeta virgola quindici, UNO VIRGOLA QUINDICI!

La cosa mi ha scosso al punto da spingermi ben oltre il semplice facepalm o il nascondersi dietro a frasi come “se il mondo fosse diverso, se tutti facessimo qualcosa blablà”. Ho provato ad agire.

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Capoeira, MusiCamp, CinqueTerre, vita verde e felice


La mia amica Tatiana, con la quale condivido moltissimo (tra gli aspetti principali della nostra amicizia c’è l’amore per il pianeta e per la vita), mi ha detto un giorno che sembra ch’io mi affanni più a parlare di questa vita verde che a viverla per davvero. Come se navigassi un po’ sulla superficie.
Del resto è vero, e si aggiunge il fatto che svolgendo un lavoro che tratta tutt’altro, è molto il tempo che non spendo dedicandomi all’approfondimento di queste preziose esperienze.

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Voglio riprovarci con Chilopesa.it

Dal primo maggio ho ricominciato a pesare i miei rifiuti per giocare ancora con Chi lo pesa.
Dividerò umido (che andrà nella compostiera) e metallo da carta e cartone, vetro, plastica, indifferenziato e peserò tutto quanto, per capire i miei sprechi e progettare una ulteriore decrescita.
Sono ancora troppi i cartoni e il vetro che getto o accumulo. Le vaschette, i sacchettini, le retine, le buste, aiuto!

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Non c’è niente da ridere


Attenzione: questo è un post lunghissimo, una lettera a me stessa, un piccolo delirio interiore. Ho divagato un casino e tuttavia non ho detto che una minima parte dei miei pensieri. Siete liberi di ignorare questo post, di piangere un po’ con me, di ribattere. Solo, non sputatemi se la sua lettura sarà troppo pallosa. ;-)

Sono in piedi in macelleria e aspetto il mio turno.

Fuori c’è un tiepido sole, mentre davanti a me una donna in bilico su tacchi altissimi ordina un mix di salumi, qualche fettina di tacchino, un bel tocco tremolante di fegato di vitello e, ma sì, anche un po’ d’agnello. Già, tra poco è Pasqua.
Alzo gli occhi e vedo la foto di un vitello che beve il latte dalla sua mamma, legato per una caviglia, sotto una tettoia all’aperto.
Mi viene il magone, perché sono in fila per comprare della carne per i miei gatti. Un po’ di trito – Che animale è? Vitello, ti sto facendo uno sconto che è praticamente un regalo – e un petto di pollo.
Guardo le mani del macellaio, sono sporche e rovinate, i suoi coltellacci spezzano ossa, decapitano conigli, sventrano volatili. Uno strofinaccio intriso di sangue sta lì per pulire il tagliere dai residui che vi si accumulano sopra.
Ma i gatti non dovrebbero mangiare topi e uccellini?
Per salvare due gatti dal gattile, sto alimentando il mercato lurido della carne. Sì, ho detto lurido.
Torno a casa, maneggio quel petto di pollo rosa, freddo e molliccio, stacco pezzettini di osso, lo affetto con una faccia tremenda. Se potessi dare solo verdure, ai miei gatti, ah! che gioia sarebbe.
Ma passo oltre. Devo farlo per forza.

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Dalla novità alla consuetudine

BookCrossing, Swap, bikesharing, couchsurfing, downshifting, questa settimana ho fatto TUTTO!

E mi sto abituando talmente bene a questa vita, da chiedermi ogni tanto se io non stia dimenticando qualcosa.
Aiutatemi allora a ricordare: la storia del pannello solare sembra per ora saltata (dovrò provare a tirare in mezzo l’amministrazione del mio palazzo per pannellare il tetto, perché installarlo solo per un privato è dispendioso, ma ho forti dubbi sulla riuscita della proposta condominiale); l’orto sul balcone non ha ancora dato NESSUN frutto (ovvero, dopo tre settimane non cresce un tubo, devo aver sbagliato qualcosa); se riesco andrò a Parigi con il treno per un weekend, per consolarmi di un viaggio mancato in Israele (per ovvi problemi di trasporti – ovvero, niente aereo per un anno, sob!); mentre sabato 23 aprile, durante la VeganFest di Camaiore sarò presente per raccontare la mia esperienza a impatto 1 (alle 11 – ci sarete?).

Poi? Che altro?

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Non è tutto in discesa, ma chiedimi se sono felice

extra: in giro per Milano, Piazza del Duomo - kika testa(g)rossa

Pur non acquistando nulla di nuovo da due mesi (abiti, make-up, tecnologia), ogni giorno mi ritrovo il tavolo della cucina sommerso di scatolette, opuscoli e flier, sacchetti e confezioni da scartare.

Questo in parte perché spesso ricevo regalini da Mama (come il mio nuovissimo rasoio con la lametta intercambiabile) o le 15 (sì, 15) coppette da MeLuna, “campioni da provare” che sto barattando con altrettante amiche, o perché piccole distrazioni mi portano ancora ad allungare la mano verso un volantino o accettare un pacchetto regalo dal negoziante dal bel sorriso con cui ho flirtato un attimo prima. ;-)

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Un momento di stanca (ovvero dopo la pratica, la teoria)

hoo am I?

E non si può essere soltanto virtuosi, no?
Non che il fatto di essere umana sia una buona giustificazione per sgarrare, ma in questi giorni mi sento come in un momento di down.
Come quando segui una dieta: all’inizio fai sforzi micidiali, poi il metabolismo comincia ad attivarsi, il dimagrimento avviene, e però poi il lavoro più difficile sta nel “mantenimento”.

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Dopo un mese, com’è

È passato un mese da che la mia vita a impatto 1 è cominciata.
Senza stare a elencare le soddisfazioni e i piccoli traguardi, le difficoltà e le disattenzioni, dopo questi primi trenta giorni posso dire che il progetto mi sta talmente coinvolgendo da contagiare anche le persone che mi stanno intorno.
Non mancano gli sguardi scettici e le battutine, ma pure è bellissimo ascoltare chi con orgoglio sta provando a vivere senza carne, chi sperimenta i detersivi fai da te, chi da questa vita ecologica si lascia un po’ influenzare.

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