Natura da non sottovalutare

Con la frenesia del lavoro, la crescita delle città, la mancanza di tempo libero e la perdita di usanze e tradizioni, siamo sì molto più informati e produttivi, ma, chi più chi meno, sempre meno coscienti della natura e del suo valore.

Non ci preoccupiamo molto della provenienza degli ortaggi, non ragioniamo sul fatto che senza gli alberi non avremmo ossigeno.
Ma al di là dei massimi sistemi, abbiamo quasi completamente perduto la capacità di conoscere, riconoscere e scoprire le piante spontanee e le loro proprietà.

Sì, sul balcone abbiamo basilico e pomodori, sappiamo che la Stella di Natale è tossica per i gatti (che non dovrebbero esserne attratti ma capita anche quello), ma le conoscenze generali si fermano più o meno lì.
È in questi momenti che mi sento felice di non essere nata nel pieno dell’era tecnologica e virtuale, ma di aver goduto anche per poco di un mondo analogico che ho potuto apprezzare anche grazie alla sapienza di mia nonna, di mia mamma e di quelle poche preziose persone che ancora cercano un contatto reale, concreto con la natura.

Quando ero piccola le passeggiate in montagna non erano solo contemplative: erano momenti di ricerca e raccolta, di apprendimento e approfondimento.
In alta montagna il periodo dei mirtilli a fine luglio, dell’Arnica e dell’Eufrasia, dei Finferli, funghi perfetti per il risotto o per accompagnare la polenta e altri piatti, erano momenti molto attesi, di condivisione ma anche di personale miglioramento delle capacità di ricerca e di osservazione.

Dei funghi, per esempio, non so nulla, e mi guardo bene dal raccogliere senza criterio. Sapete la storia di quel cretino venuto da Milano che, recatosi in un bosco con il suo bel cesto di vimini, ha raccolto tutto quello che vedeva (anche a rischio multa) e solo DOPO ha chiesto aiuto alla rete per distinguere i funghi buoni da quelli cattivi? Credo di avergli risparmiato una bella lavanda gastrica comunicandogli che si raccoglie solo ciò che si conosce e che se tra quelli ci fossero stati dei funghi velenosi, avrebbe fatto meglio a buttare via tutto. Spero anche che abbia capito di essere un pirla.

Scusate ma questa leggerezza mi fa molto arrabbiare, specie quando si tratta di bambini: puoi dare in mano a un bebè una foglia di Fico senza sapere che il lattice che contiene è caustico? E se non lo sai, perché gli dai in mano una foglia di una pianta che non conosci? Il tuo bimbo ora ha uno sfogo sulla faccia che non andrà via facilmente.
Ai bambini vanno insegnate le cose giuste e subito, ma a quanto pare anche agli adulti.

L’Oleandro, che si trova ovunque, lungo le autostrade, agli angoli di ogni quartiere e nei cortili delle scuole è velenosissimo. Per fortuna la mamma di due bambine si è accorta subito che la tisana che le due piccole si stavano preparando non era fatta con foglie di tè. Immaginate la scena se fosse arrivata troppo tardi.

E quelli che nel bosco hanno raccolto i pistilli di un bellissimo Crocus credendolo zafferano? Tutti all’ospedale (o all’obitorio, non ricordo), per aver fatto un risotto con lo “zafferano raccolto con le loro mani”. Fanno forse più danni i cittadini che credono di avere un istinto, un sesto senso, quando entrano in un ambiente naturale, che non i contadini vecchio stampo che, siccome si è sempre fatto così, non rinuncerebbero mai ai sani pesticidi per curare le proprie piante.

Il problema è che se fai un errore grosso, non hai una seconda chance. Minimizzare è sciocco tanto quanto raccogliere qualcosa “credendo” che sia quello che non è.

Così come se vuoi fare un oleolito curativo mettendo a macerazione i fiori di una certa pianta, almeno sii certo che si tratti della versione officinale e non di quella ornamentale. Vale per l’Iperico, vale per la Lavanda e per molto altro. Per non parlare di quella donna che era convinta di aver raccolto un bel sacco di fiori di Arnica (che cresce in alta montagna) nei prati del Parco di Trenno (in pianura a Milano) e ne ha fatto un alcool totalmente inutile, ovviamente, sprecando soldi, tempo, e se vogliamo anche sottraendo fiori agli insetti impollinatori, che, a contrario di noi, sanno quello che fanno.

Vuoi mandare giù una manciatina di semi di Stramonio per farti un viaggetto psichedelico? Sappi che se l’amica che te l’ha consigliata non è finita male, è un miracolo. Lo Stramonio è forse una delle piante delirogene più pericolose in quanto non è dosabile: a seconda del luogo in cui è cresciuta, del clima, di troppi fattori, all’interno dei semi e dell’intera pianta non troverai mai la stessa quantità di sostanza allucinogena, e tra un seme e dieci semi c’è la differenza che puoi finire al creatore o meglio ancora, partire per un viaggio senza mai più tornare indietro.

E di quel campagnolo che come passatempo masticava foglie di Cicuta e si stupiva di avere la diarrea, sapete la storia? Eh, ma per morire, di Cicuta ne devi mangiare/bere parecchia. È evidente però che se ne ingerisci anche poca, bene non stai. Vuoi qualche emorragia interna? Sei il benvenuto.

Vuoi imparare sulla tua pelle perché non senti il bisogno di consultare i libri, la rete, le persone che ne sanno più di te? Fai, fai.

In Italia le piante velenose sono tante e anche facilmente reperibili. Elleboro, Aconito, Oleandro, Cicuta, Tasso (chiamato anche Albero della Morte), Maggiociondolo (che somiglia a una bellissima versione gialla di Glicine e Acacia, commestibili), Mughetto, Belladonna, Digitale, Giusquiamo, Ricino, Cigaro, Datura, mai sentite nominare?
Alcune sono mortali, altre contengono sostanze che entrano in circolo anche solo attraverso il contatto con la pelle causando svarioni, nausea, arresti respiratori e quant’altro. Perfino le piante non tossiche contengono sostanze che possono infierire su alcuni farmaci o danneggiare i reni o altri organi. Occhio!

La regola per chi si addentra nei boschi o nei prati è CONOSCI QUELLO CHE RACCOGLI, se hai il dubbio non toccare. E soprattutto non deturpare inutilmente l’ambiente.

Ed è possibile evitare qualunque tipo di errore?
Sì, se si segue questo principio. E non ditemi che sono dispotica.
:-)

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