La transumanza delle piante

Se abiti a Milano e hai tante piante sul balcone, generalmente saranno poche quelle che dovrai ritirare in casa durante l’inverno, poiché è difficile che in città ci siano forti gelate o zone di vento freddo: le piante da interno stanno all’interno tutto l’anno, e quelle da esterno, tranne le tropicali e quelle più delicate, sono sempre abbastanza protette e non soffrono eccessivamente.


Qui la casa è isolata, in cima a una collina, esposta a i quattro venti e rivolta ai quattro punti cardinali.
Quando è primavera, tutte le piante in vaso vengono piazzate fuori, alcune in pieno sole nel giardino o sul balconcino, altre nella nursery all’ombra di un nespolo. Ci sono semenzai di piantine per l’orto, fiori annuali e perenni, aromatiche, felci, avocadi e stelle di Natale che prendono luce e aria dopo il lungo inverno nell’ambiente secco di casa.

Ora che siamo in autunno è ora di portare dentro quelle che non si adattano al freddo, vanno pulite, potate, fornite di sottovasi, eventualmente travasate, e a oggi ne ho contate più di sessanta distribuite per tutta la casa, specialmente vicino alle finestre esposte a Sud.
Sì, ci sono stanze in cui, abbiamo capito, muore qualsiasi cosa, vuoi che ci dimentichiamo di bagnarle, vuoi che siano troppo vicine alla stufa, o che sia la poca luce, e però sto cercando di creare una piccola giungla (vorrei arrivare a quota CENTO piante da appartamento), per ottenere l’effetto che ho visto nella casa di Kakuro Ozo nel film “Il riccio”, la sua sala da pranzo era meravigliosamente verde e le piante, piazzate sugli scaffali e in ogni angolo o appese al soffitto, gli ricadevano intorno mentre conversava placido e in pace. L’aria sembrava freschissima e pulita e la luce che entrava dalle grandi finestre rendeva tutto verde e brillante.

Qui, quando nella notte vai in bagno o a bere un bicchiere d’acqua, delicate manine ti accarezzano frusciando, quando ti rilassi sul divano, la foglia riccioluta di una palmetta si cala per farti ghiri-ghiri sulla testa, quando sali la scala e ti dirigi verso la camera da letto, le fogliette leggere delle felci ondeggiano al tuo passaggio, ed è una cosa che mi suscita una tenerezza infinita.

Le piante sono delicatissime eppure molto tenaci. Quando le costringiamo in vaso dobbiamo fare in modo che abbiano lo spazio, i nutrimenti e l’acqua che avrebbero in natura, nel loro ambiente ideale.
Scopro così che moltissime piante, ornamentali e alimentari, non sono autoctone dell’Italia e a volte nemmeno dell’Europa. Quanti giri del mondo hanno fatto i loro semi e le loro talee per arrivare fino a qui? Quanti milioni di anni di evoluzione?
Ognuna richiede una esposizione e una temperatura particolare, per ognuna bisogna chiedersi come starebbe nel suo ambiente naturale e cercare di riprodurlo.

No, non si smette mai di imparare, e devo dire che non è tutta farina del mio sacco: spesso le ispirazioni nascono da stimoli esterni, e ricordo di essere rimasta colpita, come da Kokuro Ozo, dalle meravigliose palme nella casa di una mia amica, dalla delicatezza delle mani della mia vicina quando tocca un fiore che non ha mai visto, dall’amore di mia mamma per i colori squillanti (che si riversa in diverse attività creative ma anche nella vivacità dei suoi oleandri e delle sue portulache in fiore), dal rampicante lungo un chilometro che circondava tutto il perimetro del salotto di un amico, dal balcone straripante di fiori di una nonna che ho incontrato anni fa, all’ultimo piano di un palazzo di Milano.

Grazie a tutti voi.

Perché ogni pianta di questa casa ha una piccola o grande storia, ognuna a modo suo è legata a una persona, un viaggio, un ricordo.
Il pollice verde non è solo la bravura nel mantenere in vita qualunque arbusto: è un’esperienza.

Qui le foto degli altri angoli della casa.

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