L’orto, ovviamente

Qual è la prima cosa che si fa quando ci si trasferisce dalla città alla campagna? Ma l’ORTO, ovviamente.

Durante il periodo di vita ecologica in città, nel 2011, fra le tante nuove attività avevo in progetto anche un orto sul balcone, e così a marzo ho pianificato le varie semine, comprato piantini di pomodori e basilico, innaffiato con amore e osservato gli sviluppi nel piccolo spazio che avevo a disposizione: risultati? Quasi zero.
Avevo seminato le carote troppo fitte, impossibili da separare una volta germogliate, l’erba cipollina non è mai nata, ho ucciso un girasole e non avevo nessuna cognizione di quale fosse la giusta esposizione per quelle povere creature.

Da allora a oggi ho imparato moltissime nozioni e fatto tante esperienze, e sorrido pensando a quei primi tentativi vani e ingenui.

Ricordo che il primo approccio a un vero orto qui in campagna è stato imbranato ma curioso: avevo piantato delle zucche in un pezzetto di terreno insieme a pomodori, alchechengi e cavoli portoghesi di cui avevo raccolto i semi qualche mese prima. E i vicini mi prendevano in giro, ridacchiavano perché sapevano che quelle zucche si sarebbero espanse enormemente fino a ricoprire tutte le altre piante. E così è stato: ma che buone! Ne sono nate due, enormi, e abbiamo fatto risotti fino allo sfinimento.
Oppure avevo messo in piena terra dei poveri piantini di pomodoro quando ancora era troppo freddo, e sono morti tutti, così come i fiori del bosco che ho trapiantato in pieno sole. Rinsecchiti dopo pochi giorni.
Ogni pianta vuole la giusta temperatura ed esposizione, e quante volte ho sbagliato!

Ma mano a mano ho imparato ad allestire un semenzaio in casa a fine inverno, a trapiantare in piena terra nel periodo giusto, a dare lo spazio di crescita necessario a ciascuna pianta, a concimare il terreno (giusto oggi ho rubato un po’ di merda di mucca dalla vicina e ho concimato tutte le piante da frutto), a seguire il calendario lunare e contemporaneamente osservare il clima e i suoi possibili capricci. Non che sia diventata un mostro di bravura, ma i progressi sono notevoli di volta in volta.
E nell’orto oggi ci sono: kiwi, zucche, un susino, un pesco tabacchero, un albicocco, un caco e un melo, fragole, prezzemolo, timo, maggiorana, melissa, lavanda, basilico, santolina, qualche pomodoro tardivo, girasoli, ravanelli.

Nel frattempo, grazie a mia mamma, alla mia amica Manu e a Graziella, una vicina molto esperta di piante, ho imparato a riconoscerne alcune che crescono spontanee nella zona, come le commestibili (valeriana, primula, silene, erba cipollina, mentuccia, piantaggine, papavero), le officinali (malva, borsa del pastore, achillea millefoglie, biancospino, rosa canina) e le velenose da evitare.

Sì, perché una persona come me, un po’ cittadina, spesso sottovaluta il potere delle piante, soprattutto quello tossico. Tant’è che si sentono storie di gente che raccoglie funghi senza conoscerli, di famiglie che finiscono all’ospedale perché credono di aver raccolto lo zafferano, e io pure stavo per scambiare la cicuta per l’achillea millefoglie. Meno male che ho sempre saputo che prima di toccare devi conoscere, e questo è diventato il mio mantra: sii sicuro al cento per cento di quello che raccogli. Se hai il dubbio, tuca nò.

Così ogni anno, da febbraio a ottobre abbiamo a disposizione ortaggi spontanei e coltivati, e ogni anno miro a espandere e nutrire il terreno dedicato all’orto, e a migliorare sempre più le mie tecniche, grazie all’esperienza, alla sapienza degli altri e ai mille libri che ho a disposizione.
Anche il balconcino e l’interno della casa saranno sempre più fioriti e variopinti, mi piace l’idea di vivere in una giungla colorata, e ogni tanto, quando riesco a produrre una talea da una bella pianta di casa, ecco trovata l’occasione di fare un regalo agli amici col pollice verde.

Nella foto: la zucca che sovrasta gli alchechengi.

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