La prima vendemmia della mia vita alla Cantina Pianbello

Pochi giorni fa ho terminato la prima vendemmia della mia vita, ed è stata un’esperienza bellissima e istruttiva, in tutto e per tutto.
Ventuno giorni di fila (con due giorni e mezzo di fermo a causa del maltempo) RIPETO ventuno giorni di vendemmia, con una media di nove ore al giorno e tanta, tantissima uva da raccogliere metro dopo metro, filare dopo filare, ettaro dopo ettaro. Specialmente l’uva di Moscato, in quantità da record. Ma cominciamo dal principio.

La Cantina Pianbello Vini è una cantina privata che produce vini bianchi e rossi in bottiglia, e si trova a Loazzolo (AT), in origine chiamato Lupatiolum, luogo dove scorrazzano i lupi.
Qui la famiglia Cirio, con anni alle spalle di storia contadina dedicata interamente alla produzione di ottimo vino, cerca di usufruire al meglio delle risorse eccezionali che queste terre offrono, seguendo da due generazioni le tradizioni dei vini tipici della Langa astigiana e di Canelli.

Ho conosciuto Mario e Pietro Cirio per merito del mio amico Marco, titolare del Bed & Breakfast La Rana e la Salamandra (luogo stupendo di cui dovrei parlarvi in un post a parte), che qualche mese fa, quando ho espresso il desiderio di lavorare a una vera vendemmia almeno una volta nella vita, non ha fatto altro che alzare il telefono ed eccomi a settembre immersa nei filari, vestita da contadinotta con le mie cesoiette i guanti e il cappellino, a far parte di una squadra tanto variegata quanto allegra.
Ho coinvolto anche la mia amica Dada, anch’ella apicoltrice in erba, che come me si è spaccata in due per vivere questa avventura che è la vendemmia dura e pura e che in certi momenti sembra non avere mai fine.

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La giornata tipo è così: mi sveglio all’alba, più o meno alle sei meno un quarto, e tendo l’orecchio per sentire se piove. Piove? Resto a dormire. Fine.

Non piove? Salto giù dal letto, faccio colazione che fuori è ancora buio, con i minuti contati per: accendere la caffettiera già pronta dalla sera prima, scaldare il pane, infilarmi nei vestiti che sono già in posizione da indosso immediato come per i pompieri, radunare tutti gli strumenti puliti e al loro posto, il pranzo nel tapperware e l’acqua nella borraccia, poi due coccole a Micia e sono fuori per le sette.
Si inzia a lavorare alle otto, ritrovo sul posto alle otto meno un quarto, ma io e Dada abitiamo un po’ lontano da Loazzolo, così dobbiamo essere celeri, metodiche e puntuali, sempre. Ci troviamo al bar sotto casa mia per un caffè spaccabudella e poi partiamo con il sole che ogni mattina sorge un pelo più tardi, come una palla rossa immensa e benevola, e poi da un certo giorno in poi riusciamo a vederlo soltanto quando siamo già al lavoro da un pezzo.

L’estate è proprio finita, e con la vendemmia accogliamo e celebriamo l’autunno e i gli ultimi frutti prima dell’inverno.

La strada per andare al lavoro passa attraverso colline basse accarezzate da una nebbiolina leggera, fra noccioleti e campi ordinati di betulle, e ogni mattina è una goduria correre incontro all’alba, e trenta chilometri scorrono via come una carezza.
Quando ci siamo tutti, da Pianbello la squadra parte verso la prima vigna a bordo di una camionetta con un carico di ceste vuote da distribuire tra i filari.
Arriviamo al primo vigneto e ogni coppia si avvia per cominciare a pelare un filare per volta, finito un filare si scende a quello successivo procedendo a “S”, e si raccolgono tutti i grappoli dell’uva del momento, strappando un po’ di foglie, eliminando gli acini rinsecchiti, scrollando via coccinelle e forbicine e riempiendo man mano queste ceste che ogni coppia si trascina metro dopo metro fino a riempirle. Quintali, tonnellate di uva vengono poi caricate in un camione che a fatica ritorna alla cantina per le successive lavorazioni.

Tutto ciò dal primo giorno per circa nove ore, e così il secondo giorno, un ettaro dopo l’altro, una varietà di uva dopo l’altra (Pinot Nero, Moscato, Chardonnay, Dolcetto), un paesaggio dopo l’altro, che potevo scorgere quando alzavo per un attimo la testa da in mezzo alle foglie e ai grappoli, e mi accorgevo della meraviglia tutto intorno, le colline morbide, i cieli tersi o punteggiati di nuvole, grandi e azzurri, la geometria delle vigne ordinate e curate, il silenzio o l’improvviso motore roboante e puzzone del cingolo che gira per raccogliere le ceste piene, le urla dei colleghi.

Uomini e (poche) donne di tutte le età, tutti presi bene dal lavoro, chi più chi meno esperto o paziente o sveglio, del resto è un lavoro duro, stai tante ore sotto il sole a raccogliere solo uva, e le mani che stringono le tenagliette man mano si infiammano, e una tendinite mi toglie il sonno dalle tre di notte ogni notte per tutto il periodo del lavoro, e comunque quando sogno, sogno di raccogliere uva.

A volte fa così caldo che sembra di vivere un’allucinazione, e la cesta sembra sempre più pesante, e l’aria fresca se non freddina del mattino sembra un miraggio, nei pomeriggi di sole a picco sulla schiena. E niente ombra.
Ma poi, penso, arriverà il momento in cui mi ritroverò nella macchina per tornare a casa, e però dopo una cena veloce e poche ore sonno disturbato sarà di nuovo ora di partire, e insomma resistiamo, facciamo quello che c’è da fare nonostante la schiena, le braccia, le ginocchia, tutti i muscoli, un piede, le notti insonni, tutti siamo in barca e dobbiamo remare, non si sa mai bene per quanti giorni.

Il tempo scorre in modo assolutamente assurdo sia durante il giorno che durante l’intero periodo della raccolta.

Io a un certo punto mi sono figurata così l’inferno: un’eterna vendemmia, e non ti gusti mai il vino.

In realtà poi il vino ce lo siamo gustato eccome, e ci sono stati momenti davvero belli, le chiacchiere, le risate, gli spettegulessi, o quando alcuni componenti delle famiglie dei vignaioli comparivano con acqua fresca o addirittura con caffè e pasticcini per una pausa da questo lavoro che definirei non alienante ma sublimante.
In quei momenti mi sono sentita estremamente grata per i volti amichevoli e gli splendidi luoghi visitati, in cui il profumo di rucola selvatica o mentuccia che saliva alle narici a ogni passo mi si è impresso nella memoria credo per sempre, perché ho provato un vero, seppur bizzarro, contatto con un sacco di sfumature del “vivere secondo natura”, inseguendo le stagioni e i raccolti, i tempi di maturazione delle vigne, dipendendo dal tempo atmosferico, dai ritmi sconvolti del mio corpo, anelando la brezza, amando il sole e la sua potenza.
Grazie per tutto questo.

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