Il Raku: venerazione della natura e amore per la semplicità

Lo scorso weekend ho partecipato a un corso di Raku organizzato dallo Spazio Nibe presso la casa di una bravissima ceramista, che si chiama Gabriella Sacchi e vive in Piemonte a San Giorgio Scarampi, un paesino in mezzo a boschi e colline dolci e suggestive.

Il Raku è una tecnica di cottura della ceramica che nasce in Giappone nel XVI secolo, in linea con la filosofia Zen e la celebre Cerimonia del tè.
La tazza che gli ospiti della cerimonia si scambiano è l’oggetto fulcro di questa tradizione, e ha un aspetto rustico e grossolano, come il primitivo vasellame rurale.
È fatta con un impasto di argilla e sabbia, viene smaltata con ossidi e cotta in forni che possono essere bidoni di metallo, strutture di mattoni o fosse scavate nella terra.
Questa tecnica si è diffusa poi contaminando l’arte della ceramica in tutto il mondo, e le varianti sono diventate pressoché infinite, quindi non solo tazze ma anche teiere, vasi, piatti, tavole decorative, sculture, bottoni, ciondoli e gioielli.

La caratteristica principale che risiede nella bellezza misteriosa della tecnica Raku è la sua imprevedibilità, poiché per l’arte giapponese il lavoro dell’Uomo è importante tanto quanto l’intervento della Natura.
Il risultato finale è quindi sempre una sorpresa, che dipende dalle temperature e dagli shock termici, dalle combinazioni chimiche, dallo spessore degli smalti, dal tempo di cottura, che in genere è molto breve e varia a seconda del grado di fusione degli elementi.

Anche per questo il Raku è considerato un’arte, in quanto non può mai garantire risultati identici a parità di azioni: le sfumature metalliche e gli effetti craquelé che ne risultano, infatti, sono sempre variabili e mai del tutto prevedibili. A volte, per esempio, puoi ottenere un pezzo molto più bello di come te lo aspettavi, o anche molto più brutto. Uno smalto che ti aspettavi di un azzurro intenso con sfumature cobalto potrebbe diventare marroncino, come anche dorato o ramato, anche solo per un piccolo cambiamento nei procedimenti o per diversi spessori degli smalti usati. Insomma, un rischio ma anche una sorpresa.

La cosa che mi affascina di più, poi, è l’unione dei quattro elementi, la mescolanza di Terra (argilla, metalli e sali), Acqua (per miscelare i colori e raffreddare i pezzi), Fuoco (la cottura) e Aria (fondamentale per la combustione e la riduzione delle temperature), che fanno del Raku un’arte completa.

Di per sé il Raku, diciamolo, è un lavoro piuttosto tossico, quindi non troppo legato all’ambientalismo, in quanto i pigmenti sono composti di ossidi di metalli, nitrati, minerali e originariamente anche piombo, che alle altissime temperature di fusione sprigionano sostanze non proprio buone per l’organismo e per l’ecosistema. Pertanto questo vasellame non sarebbe nemmeno adatto all’uso alimentare, ma tant’è.

Diciamo però che tutta la commistione di questi elementi, come i materiali naturali, gli spazi aperti in cui si svolgono le attività, il divertimento e la condivisione (anche in senso pratico: fare il Raku da soli è quasi impossibile e pure pericoloso – in due si solleva il coperchio incandescente del forno, almeno una persona estrae i pezzi e un’altra li copre con segatura o sterpaglie), fa del Raku un’arte molto ampia e variegata, che ricerca la semplicità e l’armonia dei gesti, la tradizione e l’unione delle persone in armonia, e io trovo che sia un’attività che dà soddisfazione e sempre nuovi stimoli.

Ecco qui qualche foto del mio weekend insieme a donne toste e anche un po’ streghe. Spero vi faccia venir voglia di provare questa tecnica bellissima, magari un giorno con me e il mio forno e i vostri pezzi da cuocere. :-)

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