Ho fatto la Cotognata. Buona, eh…

Quest`estate ho vissuto in Portogallo per quattro mesi e fra i tanti cibi tipici e meno tipici che ho assaggiato, ho scoperto questo.
Sembrava l`unica cosa simile alla marmellata, questa Marmelada (così si chiamava) sullo scaffale di un centro commerciale qualsiasi, ed era una gelatina arancione venduta in vaschette basse col coperchio, su cui erano disegnati dei frutti gialli che inizialmente mi sembravano limoni molto rustici.

Fra una cosa e l`altra ne consumavo più o meno una confezione alla settimana, facendo colazione ogni mattina con pane, burro e la suddetta e un bel tazzone di caffelatte, seduta fuori nel cortiletto al sole.
Poi ho realizzato, osservando più da vicino l`immagine, che quelli non erano limoni, ma somigliavano più a delle pere. E leggendo gli ingredienti mi son detta che forse in portoghese le pere si chiamano Marmelos.
Non vi dico il senso di idiozia che ho provato quando poi ho letto sul dizionario che si trattava di Mele Cotogne, sempre sentite nominare e mai viste né assaggiate prima (forse).

Di questi frutti mitologici già sapevo che:
– da crude sono immangiabili perché dure e fibrose (i più temerari le hanno volute assaggiare comunque, e poi per una settimana hanno avuto la lingua felpata)
– sono molto profumate e si possono mettere negli armadi
– in Italia non sono granché reperibili e quando si trovano è in un periodo molto breve dell`autunno

Invece non sapevo che:
– la Mela Cotogna è uno dei frutti più antichi mai conosciuti (wikipedia)
– la parola Marmellata deriva dalla parola portoghese Marmelada che è la gelatina dei Marmelos, le Mele Cotogne appunto
– quei cubetti di gelatina zuccherosissima che ogni tanto nei bar si trovano di fianco al caffè sono molto probabilmente fatti di cotognata
– il paese di Codogno, nel Lodigiano, prende il nome… indovinate da cosa?
– un largo consumo può dare dipendenza.

Negli ultimi giorni di permanenza in Portogallo ho perfino potuto assaggiarne un tipo fatto in casa, ancor piú buono, e cosí quando sono tornata in Italia sono partita alla ricerca E del prodotto finito, E dei frutti.
Tristissimo è stato scoprire che nelle mie zone norditaliane e nei normali negozi era pressoché impossibile trovarla, cosí mi son detta FACCIO IO.

Per circa un mese giro per mercati sperando di beccare il momento giusto per trovarle sui banchi, ed eccole, inconfondibili, immagini nitide che ormai comparivano anche nei miei sogni di nostalgia. Ne compro due chili abbondanti, non voglio strafare, e le pago un botto, tipo due euri e cinquanta al chilo. Sembra poco? Non lo è, dato che son grosse e pesanti ed è facile lasciarsi prendere la mano per poi pentirsi della spesa. Inoltre non sapevo se il risultato mi avrebbe soddisfatta.
EH.

Le porto a casa, e per qualche giorno me le annuso, le rigiro fra le mani, cerco la ricetta che mi sembra piú semplice (alcune richiedono l`uso del forno – che non ho) e poi una sera mi faccio coraggio. Una voce alle mie spalle mi dice Fai con calma, mettici amore e verrà bene.

Mi fido: cosi strofino (per togliere la peluria) e faccio a pezzi le mele, provo a farle stare tutte nella pentola troppo piccola, e allora le taglio a pezzi piú piccoli e poi ancora piú piccoli ma non troppo, fino a che il tetris si completa e posso versare acqua fino a coprirle.
Le lascio bollire a fuoco basso piú o meno all`infinito, fino a che non sembrano OK. Le scolo conservando l`acqua di cottura, le sbuccio e tolgo i semi e poi lascio il poltiglione a raffreddare.
Nella notte sogno mele cotogne che mi sfilano sotto il naso, e cubi di gelatina che mi danzano intorno e poi esplodono in un disastro di marmellataccia senza sapore e senza consistenza.
Aiuto.

La mattina dopo, con molta cautela e molto amore, impugno il passaverdure e giro giro giro pezzo dopo pezzo fino a che la sbuba non sembra tutta uniforme e ripulita dai residui di bucce e semi, e pesa due chili tondi.
Emozione: la ricetta dice di aggiungere 750 grammi di zucchero per ogni chilo di sbuba. A me sembra una quantità pazzesca, perciò la riduco a 500 grammi. Mischio il tutto, aggiungo un po` di acqua di cottura e lascio sobbollire per ooooore e ooooore, girando di tanto in tanto.
A un certo punto mi stufo, e mi convinco che piú densa di cosi non possa venire, e ora viene il bello: ne ho fatta talmente tanta che posso conservarla in due modi, sia nei barattoli ermetici che nelle vaschette, come piace a me. Le assaggerò entrambe ma so che la vincitrice sarà una.

Risultato: la cotognata nei vasetti resta morbida ed è venuta comunque molto dolce. La prossima volta sicuramente zucchererò ancor meno.
La YUMcotognata nelle vaschette è rimasta ad asciugare per circa una settimana (se l`ambiente è un pelo troppo umido, rischia di non asciugare mai e di fare muffe, OCCHIO), e oggi l`ho assaggiata.
Quella originale era piú liscia e trasparente, mentre questa è rimasta un po piú granulosa. Il sapore è buono, anche se, ripeto, troppo dolce, e non riesco a capire se almeno si avvicina al sapore di quella vera. Dovrò provare di nuovo.

Hey, vorrete mica fare un assaggino anche voi? Solo a rischio Salmonella, niente di piú, eh.

A parte gli scherzi, quest`autunno mi sento fortunata con le confetture. Fatemi gli auguri!

2 risposte a “Ho fatto la Cotognata. Buona, eh…”

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